Bambino che risponde sempre «non lo so»: cosa aiuta davvero
Gli chiedi della sua giornata, del suo disegno, di cosa vuole per cena, e la risposta è sempre la stessa: «Non lo so.» Quando un bambino risponde così a ogni domanda, quasi mai aiuta fargliene altre. Aiuta capire perché la saracinesca si abbassa, perché «non lo so» non è quasi mai un vuoto vero. Di solito sta facendo un lavoro per tuo figlio, e quando capisci quale, puoi rispondere a quello.
Cosa vuol dire spesso «non lo so»
Quelle tre parole sono un'uscita di emergenza comodissima. A seconda del momento possono voler dire cose molto diverse.
- «Mi serve un attimo per pensare e così prendo tempo.»
- «Ho paura di dare la risposta sbagliata.»
- «Sono stanco e adesso non ho voglia di parlare.»
- «La domanda è troppo grande e non so da dove cominciare.»
- «Non voglio fare la cosa a cui stai arrivando.»
Capire quale di queste stai sentendo cambia completamente il modo in cui rispondi.
Togliere la pressione di avere ragione
Una causa molto comune è la paura di sbagliare. Se tuo figlio ha imparato, in qualunque posto, che le risposte vengono corrette o giudicate, «non lo so» diventa la scelta sicura. La soluzione è rendere davvero accettabile l'errore.
- Accogli le ipotesi: «Non c'è una risposta giusta, dimmi solo cosa ne pensi.»
- Condividi i tuoi dubbi: «Non ne ho idea neanche io, proviamo a indovinare tutti e due.»
- Non saltare mai addosso a una risposta sbagliata: trattala come un bel tentativo.
Quando tuo figlio crede davvero che sbagliare non costi niente, la saracinesca comincia a sollevarsi, perché il motivo per abbassarla è sparito.
Domande più piccole e più facili
A volte «non lo so» vuol dire semplicemente che la domanda era troppo larga. «Cosa hai fatto oggi?» per un bambino piccolo è enorme. Rimpicciolirla aiuta tantissimo.
- Offri una scelta: «Oggi avete giocato dentro o fuori?»
- Ancorala a qualcosa: «Hai visto il tuo amico all'asilo?»
- Chiedi di un dettaglio che vedi: «Cosa hai fatto con questo pezzo qui?»
Una domanda stretta e concreta dà a tuo figlio un appiglio. Quando ha detto una piccola cosa vera, spesso il resto arriva da sé.
Cambiare quando e come chiedi
Il contesto conta quanto le parole. Le domande faccia a faccia appena uscito dall'asilo, quando un bambino è svuotato, funzionano di rado.
- Chiedi più tardi, durante la merenda o nel bagnetto, quando si è decompresso.
- Parlate uno accanto all'altro, in macchina o camminando, invece che occhi negli occhi.
- Fai un commento invece di una domanda: «Oggi ho visto tanti dipinti appesi al muro», e aspetta.
- Lascia che qualche silenzio resti silenzio, senza nessuna domanda.
Spesso quello che aiuta davvero è chiedere meno e chiedere in modo diverso, così parlare smette di sembrare un esame.
Non riempire il silenzio al posto suo
Quando un bambino si blocca, viene voglia di intervenire con la risposta o con un'altra domanda. Prova a reggere la pausa. Molti bambini dicono «non lo so» e poi, dopo qualche secondo di silenzio, aggiungono qualcosa di vero. Se ti precipiti a salvarlo, non avrà mai l'occasione, e imparerà che «non lo so» fa sparire la domanda. Un silenzio paziente e fiducioso spesso tira fuori molto più di un altro suggerimento.
Mostrare l'alternativa
Fai vedere a tuo figlio cosa fare invece di chiudersi. Racconta ad alta voce il tuo non sapere, seguito da un tentativo.
- «Non lo so nemmeno io, ma se dovessi tirare a indovinare direi...»
- «Questa è difficile. Fammi pensare un secondo. Forse...»
Sentirti trattare «non lo so» come un punto di partenza e non come un punto fermo gli dà un modello. Col tempo, alcuni bambini cominciano a fare lo stesso: «Non lo so, però forse...»
Quando vale la pena guardare più da vicino
Per la maggior parte dei bambini «non lo so» è una fase o un'abitudine che si attenua con pazienza e meno pressione. A volte merita attenzione. Se tuo figlio fatica a capire domande semplici, usa pochissime parole per la sua età, è diventato da poco chiuso o infelice, oppure hai dubbi sul suo udito, sul linguaggio o sull'umore, è sensato parlarne con il pediatra. Un cambiamento improvviso in un bambino che prima chiacchierava volentieri merita sempre una conversazione tranquilla. Parlarne presto è ragionevole e di solito rassicura.
Il punto da ricordare
«Non lo so» raramente è un vuoto. Prende tempo, schiva un giudizio, segnala stanchezza o ti dice che la domanda era troppo grande. Quello che aiuta è rendere sicure le risposte sbagliate, rimpicciolire le domande, cambiare quando e come chiedi e lasciare respirare i silenzi. Rispondi al bisogno che sta dietro le parole, non alle parole stesse, e piano piano ritroverai un bambino che ha voglia di pensare ad alta voce.
Punto chiave: «Non lo so» di solito vuol dire troppo grande, troppo rischioso o troppo stancante, non un vuoto vero: rendi sicure le risposte sbagliate, rimpicciolisci la domanda e lascia respirare i silenzi.